25 novembre: contro la violenza sulle donne. Uno specchio della nostra società
di Luisa Procopio
Il 25 novembre non è una data qualunque: è un punto fermo, un promemoria sociale, un riflettore acceso su ciò che troppo spesso rimane nell'ombra. È la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Di fronte a questa ricorrenza, ci viene spontaneo chiederci: cosa siamo diventati come società? E soprattutto: cosa vogliamo diventare?
La violenza sulle donne non è un'emergenza improvvisa. È un fenomeno radicato, trasversale, che attraversa case borghesi e periferie, coppie giovani e famiglie storiche, ambienti culturali e luoghi di lavoro. Non si manifesta solo con lividi sulla pelle, ma spesso con ferite invisibili: il controllo, l'umiliazione, il silenzio imposto, la paura costante. La violenza psicologica, economica, verbale — quella che non lascia segni sul corpo, ma lacera lentamente l'identità e la dignità di chi la subisce.

Eppure, ogni
volta che una donna denuncia, c'è ancora qualcuno che chiede:
"Ma perché non se n'è andata prima?"
"Perché ha aspettato tanto?"
Come se la colpa potesse scivolare, anche solo in parte, sulla vittima.
Come se fossimo incapaci di guardare in faccia il vero responsabile: chi
esercita il dominio e la sopraffazione.
Viviamo in una società che dice di essere moderna, progressista, evoluta — eppure:
- c'è ancora chi usa la parola "gelosia" per giustificare il possesso;
- c'è chi confonde amore con controllo;
- c'è chi interpreta la libertà femminile come provocazione.
Il 25
novembre dovrebbe insegnarci che non basta commuoversi di fronte a un titolo di
cronaca.
Non basta cambiare immagine del profilo.
Non basta indignarsi per un giorno.

Serve
educazione: nelle scuole, nelle famiglie, nei media.
Serve un linguaggio che rispetti, non che insinui.
Serve un'attenzione culturale che non cada nell'oblio passato l'evento.
Ogni donna
ha diritto di camminare per strada senza abbassare lo sguardo, di parlare senza
temere giudizi, di amare senza rischiare la propria sicurezza, di vivere senza
sentirsi proprietà di qualcuno.
Il rispetto non è un'opzione. È un dovere civile.
Il 25
novembre non è solo memoria delle vittime — è voce delle sopravvissute, è
speranza per chi oggi vive ancora nel silenzio. È invito a non voltarsi
dall'altra parte. Perché la violenza non riguarda solo le donne: riguarda tutti
noi.
Riguarda la qualità della nostra umanità.
Per cambiare
davvero, dobbiamo imparare a dire qualcosa di semplice, ma potente:
"Io ti credo."
E poi: "Io ti aiuto."
Solo così, un giorno, il 25 novembre potrà cessare di essere un grido di allarme — e diventare finalmente un simbolo di vittoria, di emancipazione, di rinascita.

