Il dovere della memoria: quando il silenzio diventa voce

27.01.2026

di Luisa Procopio

Ci sono giorni che non appartengono al calendario, ma alla coscienza. La Giornata della Memoria è uno di questi: non si limita a ricordare, ma interroga. Non chiede solo attenzione, ma responsabilità. È il giorno in cui il tempo si ferma per guardare negli occhi la ferita più profonda del Novecento, quella che ancora pulsa sotto la pelle della storia.
La Shoah non è un racconto lontano, ingiallito come le fotografie d'archivio. È una presenza che resiste, che chiede di essere ascoltata ogni volta che il mondo rischia di dimenticare quanto fragile sia la civiltà quando smette di essere umana. Milioni di vite spazzate via non solo dall'odio, ma dall'indifferenza, dal silenzio complice, dall'abitudine al male.


Ricordare non è un esercizio nostalgico. È un atto scomodo. Significa entrare in quel buio senza voltare lo sguardo, accettare che l'orrore non è nato da mostri, ma da uomini comuni, da leggi firmate con penne eleganti, da treni che partivano puntuali. La memoria, quando è autentica, non consola: scuote.
Nei campi di sterminio non vennero uccisi solo corpi, ma nomi, sogni, infanzie, futuri possibili. Ogni numero tatuato sulla pelle era una storia strappata alla sua voce. Eppure, proprio da quel silenzio forzato, oggi nasce un coro che ci chiama a essere custodi. Custodi della verità, della dignità, della complessità dell'essere umano.
La Giornata della Memoria è una promessa collettiva: non dimenticare per non ripetere. Ma è anche un monito attualissimo. Perché l'odio non si presenta sempre con la violenza esplicita; a volte si insinua nelle parole leggere, nelle semplificazioni, nelle paure alimentate ad arte. Cresce quando si smette di riconoscere l'altro come persona.
Ricordare significa scegliere da che parte stare, ogni giorno. Significa educare allo sguardo critico, alla compassione attiva, alla difesa dei diritti quando sono ancora intatti, non quando è troppo tardi. La memoria vive se diventa azione, se si traduce in rispetto, inclusione, giustizia.
Oggi, mentre accendiamo una candela o ascoltiamo una testimonianza, non stiamo solo onorando il passato: stiamo parlando al futuro. Stiamo dicendo che la storia non è un peso morto, ma una bussola. Che il dolore, se riconosciuto, può trasformarsi in consapevolezza.
La Memoria non chiede lacrime rituali, ma occhi aperti. Non vuole celebrazioni vuote, ma coscienze vigili. Perché dimenticare è facile, ricordare è una scelta. E scegliere di ricordare, oggi, è forse l'atto più profondamente umano che possiamo compiere.